“Un sassofonista sassarese sovrappeso / si fa una siesta sotto un sassofrasso rosso”. Basta l'attacco a dichiarare il patto: siamo nel momento più quieto e disteso dell'album, e nel più giocoso. Un sogno a tutti gli effetti: nonsense dichiarato, che però obbedisce a una sua logica segreta. La musica la detta il sassofono, che della storia è pure il protagonista.
Il testo ha una provenienza precisa: è quella specie di filastrocca-invettiva che chiude il primo capitolo del mio romanzo, L'eclissi irriverente.
Dentro il sogno circola di tutto. C'è Sisifo, per una volta “sgravato del gran masso”; c'è il finale che stona e che nessuno commenta, quando il musico, destatosi, se ne va a spasso e poi, raccolto un sasso, “fa secco un usignolo”. I sogni non devono spiegazioni a nessuno.
In scaletta il brano ha un compito preciso: ammorbidire l'atterraggio dopo il trittico religioso, e traghettare l'ascoltatore verso un pezzo che, in parallelo con l'apertura del disco, torna a essere interamente autobiografico e narrativo: La ballata della noncuranza.