La parola “coniugale” viene da cum iugum, “sotto lo stesso giogo”; ed è di questo che parla il dittico formato da Compagno e Ti ascolto: dei vincoli, spesso soffocanti, che ci diamo o a cui ci assoggettiamo ben volentieri, pur di non ascoltarci o non riconoscere di non essere ascoltati e di non sapere ascoltare l'altro.
Qui l'aria sembra farsi più spensierata. È un inganno: la dinamica è perfino più spietata di quella già vista. In Compagno, infatti, il vero inascolto riguardava la dimensione interiore, e la compromessa relazione tra i due restava sullo sfondo. Adesso, invece, entra in scena, e lo fa con una violenza direttamente proporzionale alla futilità degli scambi e degli argomenti trattati. In apparenza, a dividere i due coniugi sono gli interessi culturali, e su questo piano sembra svolgersi l'intera canzone, al ritmo di un'innocua schermaglia da commediola borghese. A un certo punto, i due sembrano perfino ascoltarsi: la stessa parola rimbalza per tre volte dall'uno all'altra, e ogni volta viene letta in un modo così diverso che ciascuno, raccontando il proprio disagio, annulla le parole dell'altro. Ed è proprio qui che si rivela il vero senso della canzone, nell'egocentrismo insopprimibile che li avvolge e li accomuna, e in quel ritornello che condensa tutto in un'immagine urbana: “Il tuo 'Ti ascolto' è un / parcheggio in doppia fila. / E io ti parlo / da prima del Duemila”. Un ascolto col motore acceso e le quattro frecce, pronto a ripartire. Qualcosa di contenibile, se lo si può collocare ai margini del codice stradale, e non fatichiamo a immaginarci questi due, a sessanta-settant'anni, battibeccare ancora amabilmente sullo scarso grado di attenzione che l'uno dedica all'altra.
Ma c'è una parola, un'unica parola che sfugge al copione della commediola stantia: ardore. La pronuncia lei, quella parola, e suona come un nonsense o un difetto di incisione, e invece è il cardine di tutto. Con i suoi modi pop, le iperboli, la metafora spiccia e l'andamento solare e leggero, nella musica come nel canto, Ti ascolto mette in scena una tragedia. La considero una canzone crudele e senza speranza, perché, quando hai scelto di rinunciare per sempre all'ardore, non c'è Ionesco che tenga.