Nel marzo del 2026, la “Matilde” a cui questa canzone rende omaggio si preparava ad affrontare un incarico di lavoro estremamente complesso e dal peso psicologico ed emotivo non indifferente. Il consiglio che le diedi fu netto: “Metti in quarantena il tuo lato Due. Per un paio di mesi, concentrati esclusivamente su questo compito e taglia fuori tutto il resto, anche se le richieste si faranno pressanti”.
Chi si è abituato alla disponibilità di un Due, infatti, finisce – consapevolmente o meno – per pretenderla; e quella pretesa – unita alle mille altre di chi rivendica la stessa cosa – innesca un meccanismo paradossale, in virtù del quale la persona Due, o para-Due, più fa qualcosa per gli altri, più si sente in difetto verso gli altri; e gli altri più ricevono, più si sentono in diritto di ricevere, e guai se pensano di non avere abbastanza, li fa sentire defraudati di ciò che, nella loro testa, gli appartiene!
La canzone è nata in poche ore, dalle quattro alle nove di una mattina di febbraio, e ha il tono che la situazione meritava: parossistico, grottesco. Un rock rutilante alla maniera dei Green Day dei primi anni Duemila mette in scena il cataclisma. Matilde è salita su uno scoglio a guardare il mare, e il mondo intero perde la testa: “orde d'insonni fameliche scrutano / risposte mai giunte” e “le occhiaie diventano il blu delle spunte”. Alla fine la Corte pronuncia il verdetto: “Che brutta persona!”.
Il titolo dice il resto. Autotelica perché è un'apocalisse autoriferita, che si genera e si consuma da sola; e perché “autotelico” era una parola che in quei mesi “Matilde” e io maneggiavamo di continuo, per diletto e per lavoro.