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È nata così

Aceto

Appunti sul Vino migliore: un foglio con timbri forestieri, e un paese che stappa il vino per l'uomo che chiamava matto.

C'è un uomo bizzarro che passa davanti a una bottega senza degnarla di uno sguardo, essendo troppo impegnato a guardare sopra i tetti. Dentro, qualcuno lo osserva con un astio misurato e silenzioso. Il paese, intanto, la sua sentenza l'ha emessa da tempo, incidendola sulla fronte dell'imputato: “matto”.

La storia viene da Avanguardia, il racconto che inaugura L'abbecedario del Made in Italy (Fondazione Germozzi, aprile 2025). Nella notte del 9 agosto 2026, l'ho tradotto in canzone e con questo brano il lavoro sul disco è finito.

Il passaggio dalla prosa alla musica l'ha pagato soprattutto la voce narrante. A raccontare resta il bottegaio, con tutto il suo livore; sulla pagina però si confidava con il lettore, e del suo nemico diceva “lui”. Nella canzone quel filtro è caduto: il narratore sta dentro la storia e parla dritto al bersaglio del suo odio, dandogli del tu. “Ti rifilavo quello vecchio come mancia: / per quelli come te è già troppo zelo”.

Sarebbe comodo leggerci la solita parabola del genio incompreso: una comunità intera, sorda davanti a un uomo che probabilmente vale più di tutti. La canzone però fa emergere, più di quanto facesse il racconto, anche la sordità di ritorno: nemmeno lui ha mai ascoltato nessuno — il suo paese e la sua stessa famiglia prima di tutti — e questo suo inascolto è radicato in profondità, e molte volte ingiusto. Per capirlo basta la scena madre: alla festa tutti lodano il vino del padre; lui lo assaggia e lo liquida con una parola: “Aceto”.

Il Vangelo, in questo pezzo, non si nasconde: pane, vino, un padre, un figliol prodigo. Ma accanto alla spiritualità del piccolo borgo cresce un'altra fede, quella che considero la più alta forma di religione laica immaginabile: rispondere fino in fondo alla propria vocazione, diventare ciò che non si può fare a meno di diventare. È il brano più lungo del disco, l'unico che superi i quattro minuti — e regge il centro del trittico religioso, fra il silenzio conquistato con la guerra dei mistici (Silenzio!) e il deus absconditus della Linea. Ai lati l'ascolto negato o strappato; al centro una vita spesa ad ascoltare soltanto se stessi.

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