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È nata così

Chi rimura le macerie

Appunti su La casa: una canzone che parla a qualcuno che ricostruisce con i mattoni che aveva buttato giù.

Testo di prova, scritto da Claude solo per vedere l'impaginazione: va sostituito per intero con le tue parole. Sono circa due pagine, la misura che avevi chiesto.

La canzone comincia da un'immagine che non è un'immagine ma un'accusa: qualcuno sta costruendo una casa sulle proprie ragioni valide. Non su un terreno qualunque — sul terreno dove non sa, o non vuole, posare una lapide. La differenza fra le due cose è tutta la canzone. Non sapere è una condizione; non volere è una scelta, e le scelte si pagano.

C'è un tempo dichiarato, dentro il testo, e non è un dettaglio: quattro anni fa quei muri erano stati buttati giù. Non erano crollati, li aveva demoliti lei, per seguire qualcosa che il testo chiama la sostanza inattuale. Che è anche il titolo del primo disco: un rimando che a chi ascolta può sfuggire e a chi scrive no.

Quello che mi interessa non è la demolizione, che è un gesto comprensibile e perfino nobile. È la ricostruzione con gli stessi mattoni. Perché lì c'è qualcosa di più scomodo del pentimento: c'è l'ammissione che il conforto abituale non era una prigione ma una casa, e che averla buttata giù non l'ha resa meno abitabile.

Il ritornello è di un'altra persona

Nel ritornello la voce cambia. Non è un effetto: è il punto. Quello che i primi versi dicono con tenerezza — quasi sottovoce, come una confidenza — il ritornello lo ripete come una constatazione fredda, da fuori.

E impasti, e sollevi,
e rimetti in fila,
e ricominci da capo.

Sono tre verbi e una resa. La cosa che li rende insopportabili è la congiunzione ripetuta: quella e all'inizio di ogni riga, che non collega ma accumula. Non è una sequenza, è un ciclo. Chi impasta, solleva e rimette in fila non sta costruendo: sta girando.

La voce femminile che lo canta non è arrabbiata nel modo in cui ci si aspetta. È una rabbia contenuta, quasi amministrativa. Constata. E constatare, in certi casi, fa più male che accusare.

Poi la canzone perde la calma

Alla terza strofa il tono si rompe. Arriva un elenco — imprendibile, abissale, sfrontata — che è il ricordo di com'era prima, e la formula che chiude, come un paradosso, dice esattamente cosa la rendeva irraggiungibile: non era coerente, e non gliene importava. Le ragioni ci scivolavano addosso.

È l'unico momento in cui chi canta ammette di avere perso qualcosa lui, non solo lei. Il verso con la parolaccia sta lì per quello: rompe il registro perché a quel punto la compostezza sarebbe una bugia.

Il soffitto che manca

La quarta strofa è la più crudele e la più breve. C'è una buca, piove a capofitto, e qualcuno maledice il cielo senza accorgersi che il problema non è il cielo: manca il soffitto. È una battuta amara, e come tutte le battute amare funziona perché è vera. Prendersela con la pioggia è più facile che ammettere di non aver finito la casa.

Il finale non risolve. Ripete tre volte la stessa riga — eri imprendibile, abissale, sfrontata — sussurrata, e la lascia cadere su come un paradosso. Quel tempo verbale, l'imperfetto, è l'unica cosa che la canzone afferma davvero: non lo sei più.

L'immagine

La fotografia che accompagna il brano l'ho scelta dopo, ed è la cosa che ha chiuso il cerchio. Una pianta di casa vista dall'alto, ridotta a muretti alti un metro, in un deserto che ha già inghiottito tutto il resto. In un angolo, minuscola, una figura inginocchiata continua a mettere mattoni su un muro che non arriverà mai a reggere un tetto.

Non c'è niente di consolatorio, e va bene così. Chi guarda quella figura da fuori vede l'inutilità. Chi è quella figura vede l'unica cosa che sa fare. La canzone sta esattamente in mezzo, e non prende posizione. Il ritornello la prende per lei, ma il ritornello è un'altra voce.

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