
La casa
testo di B. Mirisola · voce e musica Lumen Gris
Una casa da costruire: difficile immaginare una metafora più abusata. L'ho scelta apposta. Chi parla, in questa canzone, è una voce nel pieno di uno sfogo; e chi si sfoga non ha tempo di cesellare — la filosofia, in quel momento, non gli serve a niente: dice quello che gli sale. Per la stessa ragione nel testo sopravvivono due frasi fatte, “scivolare addosso” e “piovere a capofitto”. Escono dallo stesso vocabolario dell'acqua eppure affermano il contrario l'una dell'altra: ciò che ti scivola addosso ti lascia asciutto e intatto; ciò che ti piove addosso a capofitto ti entra nei vestiti e nelle ossa. Anche queste sono uscite d'istinto, nel momento più spontaneo.
Lo sfogo ha una data. Ho scritto La casa nelle ultime due notti del luglio 2026, dopo uno scontro verbale, di quelli brutti, con una persona che mi è cara. Ne è venuta fuori un'invettiva: il risentimento la muove, ma ci abitano anche la nostalgia e l'amore, e in fondo a tutto la disperazione. È l'inascolto più tragico dell'intero album.
Il testo si regge su un prima e un dopo. Prima lei era “imprendibile, abissale, sfrontata / come un paradosso”, e tutte le ragioni “ci scivolavano addosso”. Dopo, diventa vittima delle “ragioni valide” e la voce narrante la osserva rintanata in una buca sotto una pioggia a capofitto, intenta a maledire il cielo senza accorgersi “che manca il soffitto”. In mezzo ci sono quei muri, “conforto abituale”, che quattro anni fa lei stessa aveva buttato giù “per seguire / la sostanza inattuale”. La sostanza inattuale qui riaffiora, ma è passato remoto, un tempo che non torna. Il presente appartiene a una follia pragmatica, che si traveste da lucidità nei modi più desolanti. Chi ha ascoltato l'intermezzo riconoscerà la diagnosi: è l'insorgere della funzione inferiore, tale e quale la docente l'aveva appena descritta.